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Tappeti Persiani

Forse i primi tappeti non furono realizzati da popolazioni iraniche, tuttavia in Persia la tradizione dell'annodatura raggiunse vertici tanto elevati da costituire l'aspetto più importante dell'arte locale, aspetto che perdura fino ai nostri giorni.

ILKHANIDI ETIMURIDI
Furono alcuni popoli e alcune dinastie che si sono avvicendate sul territorio locale i principali artefici dello splendore dei manufatti persiani. Primi tra tutti i Mongoli che, sotto la guida di Gengis Khan, dal 1206 iniziarono la conquista del Paese, fondando la dinastia degli Ilkhanidi. Nonostante le loro origini di pastori guerrieri, i sovrani mongoli in tempo di pace amavano il lusso e lo sfarzo, e da fonti storiche sappiamo che promossero la realizzazione di stoffe pregiate e di tappeti destinati ad abbellire gli ambienti di corte.
Questa tradizione continuò anche quando la Persia, alla fine del Trecento, passò sotto il controllo dei Timuridi, popolo dell'Asia centrale guidato da Tamerlano. Il Paese conobbe uno sviluppo artistico veramente eccezionale, dovuto in gran parte alla sensibilità estetica e culturale della dinastia regnante. Appassionati bibliofili, i Timuridi incentivarono l'arte della miniatura, facendo decorare le copertine dei loro splendidi volumi con un disegno centrale, spesso affiancato da pendenti e cantonali, secondo uno schema compositivo riprodotto anche sui tappeti a medaglione dei secoli successivi. Nello stesso periodo furono introdotti nel patrimonio iconografico iranico alcuni decori di origine buddista: peonie, fiori di loto, motivi a fascia di nuvole.

I SAFAVIDI
L'apogeo dell'arte e della cultura persiana iniziò nel 1502, quando il sultano Shah Ismail I sconfisse i Timuridi fondando la potente dinastia dei Safavidi, destinata a regnare sulla Persia fino al 1736. Gli illuminati monarchi riuscirono a unire dal punto di vista territoriale e a fondere culturalmente tutto il mondo iraniano, trasformandolo in uno degli Stati più evoluti dell'Asia. Si proposero anche come attivi mecenati e raffinati estimatori dell'arte: le città furono abbellite con eleganti opere architettoniche; la corte divenne un punto d'incontro e di lavoro per miniaturisti, pittori, orafi; Isfahan, la capitale del regno, iniziò ad assumere la fisionomia di una vera città giardino, con splendidi palazzi, fontane, immensi parchi.
Lo splendore safavide trova nell'arte dell'annodatura una delle sue espressioni più significative, anche perché in tale ambito la dinastia regnante promosse innovazioni tecniche e decorative di così vasta portata da caratterizzare i tappeti persiani fino ai nostri giorni. I manufatti annodati divennero i depositari privilegiati di importanti aspetti dell'estetica e della cultura locale; iniziarono perciò a essere decorati con un tripudio di disegni naturalistici dalla strabiliante policromia, una vera e propria sinfonia di fiori, eleganti palmette, sinuosi arabeschi, calligrafiche volute. Si realizzarono i primi tappeti a giardino, che spesso riproducevano una vegetazione lussureggiante ravvivata da tersi corsi d'acqua, esplicito riferimento all'idealizzazione del paradiso islamico. Ne abbiamo tuttora un superbo esempio nel celebre tappeto di Figdor, annodato a Kerman intorno aliatine del XVII secolo.

Poiché gli impianti decorativi diventavano sempre più complessi e compositi, proprio a tale epoca risale l'importantissima innovazione di fissarli su cartoni o su schemi preparatori, spesso realizzati con l'ausilio di famosi pittori e miniaturisti. Per trasferirli sui tappeti veniva utilizzato con assoluta maestria il nodo asimmetrico, perfetto per realizzare disegni dai contorni morbidi e mossi. Si cominciò anche a conferire una notevole importanza alla bordura, rendendola sempre più ampia e ricca di disegni dall'autorevole significato simbolico.

tappeto di ardebil

CAPOLAVORI ASSOLUTI
La corte promosse la creazione di prestigiose manifatture a Tabriz, Isfahan, Kashan, Kerman, Shiraz, Herat e Yazd, dalle quali uscirono capolavori di ineguagliabile bellezza destinati a suscitare l'ammirazione anche del mondo occidentale, al punto che in Europa le principali case regnanti e le famiglie più ricche e prestigiose fecero a gara per acquistare un tappeto prodotto nella lontana e favolosa Persia. Ancora oggi non possiamo che rimanere estasiati di fronte ad alcuni di questi eccezionali manufatti, conservati in importanti musei. Va ricordato innanzitutto il favoloso tappeto di Ardebil, che si può ammirare al Victoria and Albert Museum di Londra. Deve il suo nome al fatto che fu ritrovato nella moschea di Safi ad-Din della città di Ardebil, anche se con ogni probabilità venne annodato intorno al 1540 presso le manifatture di Kashan, così come testimoniano la qualità della lana usata, l'elevata densità e il tipo di nodi (caratteristico dei laboratori di quella zona), nonché l'iscrizione del cartiglio, posto all'estremità del capolavoro. Vi si legge che il tappeto fu realizzato dal maestro Maqsud di Kashan nell'anno 946 dell'Egira (emigrazione di Maometto dalla Mecca a Medina), corrispondente appunto al 1540 dell'era cristiana.
Osservando l'esemplare si coglie nel contempo un senso di maestosità e di sublime armonia. Ha infatti dimensioni rilevanti (11,52 x 5,34 m) ed è riccamente adornato in ogni sua parte da infiniti disegni che sembrano dilatarne ancora di più la superficie.
tappeti persiani I decori, concepiti secondo un gusto miniaturistico veramente sorprendente, sono realizzati con un senso estetico equilibrato e arioso, valorizzato dall'intonazione perfetta di ben tredici colori che spiccano sul fondo blu scuro.
Al centro campeggia un superbo medaglione dal profilo frastagliato, simile a quello di un pizzo, contornato da sedici piccoli medaglioncini ovoidali di vario colore. Da tale decoro, che nell'insieme ricorda il motivo di una stella, si dipartono verticalmente due lampade, simbolo religioso molto ricorrente sui tappeti realizzati per gli interni delle moschee. I quattro cantonali, che riproducono ognuno un quarto perfetto del decoro centrale, interrompono agli angoli la profusione di fiori e palmette collegati tra loro da elegantissimi tralci che si protendono sull'intero campo. La bordura è ampia e sontuosa, con un motivo a cartiglio nella fascia principale. Per conferire splendore ai colori vennero utilizzati fili di pregiata seta gialla per l'ordito, mentre il vello è in lana di ottima qualità, rasata molto bassa.
Sempre nelle manifatture di Kashan, nel 1543 fu annodato un altro esemplare safavide di eccezionale bellezza, che oggi si può ammirare al Museo Poldi Pezzoli di Milano. È noto con il nome di "tappeto da caccia" perché rappresenta un gruppo di cavalieri che sta inseguendo la preda in sella a baldanzosi destrieri. I soggetti si stagliano su uno sfondo a fiori, con tralci e palmette molto simili a quelli del capolavoro di Londra, anche se eseguiti con una maggior rigidità di contorni. Anche qui al centro risalta uno splendido medaglione rosso ripreso nei cantonali d'angolo. Il capolavoro colpisce per la vivacità e la raffinata intonazione dei colori e per la ricercatezza esecutiva, poiché conta ben 4100 nodi per ogni decimetro quadrato. Pregevoli i materiali: cotone per la trama, doppi fili di lana per il vello e doppi fili di seta per l'ordito.
All'iconografìa islamica si richiamano anche alcuni capolavori a preghiera eseguiti nelle più prestigiose manifatture imperiali dei Safavidi, oggi conservati al Metropolitan Museum di New York e al Museo Iran Bastan di Teheran. Sul campo riproducono il motivo a nicchia (mehrab) dal cui centro pende spesso la lampada sacra. Non mancano i decori floreali che abbelliscono lo sfondo o i pilastri su cui poggia l'arco del mehrab, mentre 'aspetto devozionale è amplificato attraverso la rappresentazione di versetti del Corano, di cartigli che celebrano Allah e del motivo della mano di Fatima.
Questi tappeti introdussero un'importante innovazione nella struttura degli esemplari persiani, in quanto impongono all'insieme decorativo un andamento direzionale verticale, schema questo molto seguito anche in esemplari di epoche più tarde.

POLONAISE E PORTOGHESI
Nel corso di tutto il Seicento molti capolavori safavidi furono commissionati dalla corte per essere poi donati alle case regnanti europee, con cui i sultani intrattenevano rapporti diplomatici.
Questi manufatti, destinati a stupire gli interlocutori stranieri, dovevano risultare particolarmente sfarzosi e d'effetto, e per questo vennero solitamente realizzati utilizzando
preziosissime sete annodate con fili d'oro e d'argento. La loro decorazione, a motivi floreali o a scene di caccia, è ricca e opulenta, mentre meno accurata risulta l'esecuzione tecnica, così come talvolta i colori troppo chiari non possiedono quell'armonia tonale tipica dei migliori esemplari del periodo.
Questi tappeti furono successivamente denominati polonaise, poiché nel 1878 il principe polacco Czartorysky ne presentò molti esemplari della sua personale collezione all'Esposizione Universale di Parigi. Sempre nel corso del Seicento vennero realizzati anche i cosiddetti "tappeti portoghesi", che sul campo rappresentano navi con barbuti marinai vestiti all'occidentale.
Riproducono infatti i navigatori lusitani che, dopo aver costituito una base commerciale a Hormuz, solcavano sempre più frequentemente le acque del Golfo Persico.

I TAPPETI DI HERAT
Nel 1722 gli Afgani deposero l'ultimo imperatore safavide e conquistarono tutta la Persia fino ad Isfahan. I nuovi dominatori scelsero la città di Herat come capitale, dando ulteriore impulso alle manifatture locali, già prospere in epoca safavide. Nella storia del tappeto persiano iniziò così un nuovo periodo, contraddistinto da una serie di significativi cambiamenti, soprattutto in ambito decorativo. Acquistò una netta preponderanza il motivo detto herati, di origine safavide, costituito da un rombo centrale dai cui vertici si protendono disegni floreali a palmetta. In precedenza era sempre stato usato con una certa parsimonia, mentre i nuovi dominatori lo riprodussero frequentemente sia per decorare il campo, sia per le bordure, dove spesso veniva alternato al disegno a fascia di nuvole.
Lo stesso motivo fu anche utilizzato per un nuovo tipo di iconografia in esemplari dall'andamento direzionale verticale con impianto detto "a vaso", poiché proprio da un vaso si diparte una raffinata griglia floreale a steli con disegni herati.

tappeti persiani

LA PRODUZIONE DELL'OTTOCENTO E DEL NOVECENTO
L'Ottocento segnò una serie di significativi cambiamenti nell'ambito della produzione persiana, che cominciò a volgersi con un interesse via via sempre più preponderante alla committenza straniera, in particolare europea e statunitense.
Contemporaneamente sul territorio iniziarono a operare compagnie commerciali a capitale straniero, tra cui la svizzera Ziegler, che controllavano le locali manifatture e vendevano in Occidente i loro prodotti. La realizzazione di tappeti in serie si diffuse sempre più e portò inevitabilmente a uno scadimento qualitativo degli esemplari, realizzati spesso con l'ausilio di sistemi industriali, come le filatrici meccaniche, e con colori sintetici all'anilina.
D'altro canto, l'apertura verso nuovi mercati portò anche alcuni positivi cambiamenti, poiché per soddisfare i nuovi acquirenti i maestri introdussero motivi decorativi e formati inediti, come nel caso dei pregevoli Sarough americani.

È vero inoltre che in Iran l'occidentalizzazione dei tappeti e la loro produzione in serie non provocò mai effetti cosi negativi come in altri Paesi orientali, come ad esempio la Turchia. Questo anche grazie a una serie di leggi che tentarono dì arginare alcuni tra i più deleteri effetti dell'industrializzazione con sanzioni a volte molto drastiche. Nel 1903, ad esempio, lo scià Nasser-ed-Din emanò un provvedimento che puniva con il taglio della mano destra gli artigiani che utilizzavano tinte chimiche all'anilina.
Questa scelta di salvaguardare la buona qualità dei tappeti persiani continuò anche nel XX secolo e conobbe nello scià Reza Pahlavi uno dei più convinti sostenitori. Fu proprio lui, nel 1936, a fondare la Compagnia Nazionale del Tappeto (Sherkate Farsh) che, con l'intento di recuperare le migliori tradizioni dell'antica produzione persiana, svolse nel Paese una capillare opera di controllo e di organizzazione, promuovendo corsi in cui si insegnavano le antiche procedure di colorazione naturale e i tradizionali motivi decorativi, scegliendo laboratori per preparare filati di qualità, selezionando manifatture in città e in campagna a cui poi venivano fornite ottime materie prime e cartoni rigorosamente controllati.
La scelta si rivelò proficua e lungimirante, costituendo uno dei più importanti motivi per cui, anche ai nostri giorni, nell'ambito dell'intera produzione orientale i tappeti persiani sono sinonimo di ottima qualità.