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L'Anatolia

La penisola anatolica, che si allunga come un ponte tra Asia ed Europa, è stata per secoli teatro di eventi di eccezionale importanza e ha visto la nascita e lo sviluppo di grandi civiltà. La vastità del territòrio favorì in passato una certa frammentazione politico-culturale, che incise sensibilmente anche sulla storia e sull'evoluzione dei tappeti locali. Nell'Anatolia antica è infatti impossibile identificare un'omogenea produzione nazionale di unga durata, come invece si può fare per la Persia dei Safavidi, poiché la tradizione manifatturiera sì formò in modo più frammentario e variegato, risentendo sia delle vicissitudini storiche che interessarono il territorio, sia degli apporti di diverse popolazioni (Turchi, Persiani, Caucasici, Turcomanni e Curdi).
Questa eterogeneità è tuttora riscontrabile in alcune manifatture artigianali periferiche, sulle quali poco ha inciso l'organizzazione accentrata promossa dall'amministrazione turca a partire dalla seconda metà dell'Ottocento.

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LA DINASTIA DEI SELGIUCHIDI

Nel corso del XII secolo molti territori asiatici furono interessati dall'incalzante e bellicosa espansione dei Selgiuchidi, popolazione di origine turcomanna che nel giro di pochi decenni riuscì a conquistare la Persia, la Mesopotamia, la Siria, la Palestina e il territorio fra Antiochia ed Edessa.
In Anatolia si fecero assegnare alcuni domini dopo aver clamorosamente sconfitto l'imperatore romano d'Oriente Diogene V nella battaglia di Manzikert (1071). In seguito fondarono il potente sultanato di Rum, con capitale a Iconio (l'odierna città turca di Konya), che divenne ben presto il centro d'irradiazione del loro potere, destinato a durare fino al 1243, quando la zona cadde sotto il controllo dei Mongoli.
tappeti turchi Convinti propagatori dell'Islamismo sunnita, anche i Selgiuchidi, così come altre popolazioni guerriere d'Oriente, affiancavano alla bellicosità un raffinato interesse per l'arte e per la cultura, e la loro sensibilità artistica non tralasciò la produzione dei manufatti annodati. Nella storia dei tappeti d'Oriente i capolavori selgiuchidi sono da annoverare tra gli esemplari più antichi: fortunatamente sono giunti fino a noi alcuni pezzi integri e parecchi frammenti che permettono di delineare alcune delle più ricorrenti caratteristiche tecniche e iconografiche. I tappeti selgiuchidi erano tutti molto ampi, in quanto generalmente realizzati per abbellire gli interni delle moschee, e alla sacralità della loro funzione si richiama spesso il motivo cufico della bordura, che con la sua austerità geometrica s'intona perfettamente con i decori del campo, astratti e rigorosi.
Gli antichi esemplari propongono sempre disegni geometrici, distribuiti ordinatamente all'interno di una struttura a maglie che si estende per tutto il campo. A differenza di altre antiche produzioni orientali, nessun esemplare selgiuchide propone motivi naturalistici o realistici, anche perché la dinastia regnante professava l'Islamismo sunnita che, ancor più di quello sciita, predica il più rigido aniconismo in ogni forma artistica.
Le decorazioni, realizzate con il rudimentale nodo simmetrico, sono frutto di un'abilità tecnica ancora piuttosto involuta. I motivi più riprodotti sono le stelle a otto punte, le rosette, minuscoli ottagoni e poligoni uncinati, solitamente realizzati con colori chiari che si stagliano con efficace contrasto sui campi, per lo più rossi e blu scuro.

tappeti turchi I TAPPETI MAMELUCCHI

Nell'esercito selgiuchide militavano delle truppe mamelucche, discendenti di una stirpe in parte turca, in parte indoeuropea. Nei primi decenni del XIII secolo, dopo una sanguinosa rivolta, queste riuscirono a occupare alcuni territori afroasiatici un tempo appartenuti ai loro dominatori, insediandosi in Egitto, Siria e Palestina.
Anche sotto i Mamelucchi l'arte del tappeto prosperò, elaborando con originalità alcune caratteristiche già affermatesi in epoca selgiuchide.
Pochi sono gli esemplari giunti fino a noi: tra di essi si annoverano due superbi capolavori conservati al Metropolitan Museum di New York e a Palazzo Pitti a Firenze. Pur utilizzando gli stessi stilemi astratti tipici del periodo selgiuchide (ottagoni, stelle, poligoni e cerchi), i manufatti mamelucchi innovarono l'insieme compositivo, introducendo l'effetto detto "a caleidoscopio", in cui le singole figure geometriche sono rappresentate una sovrapposta all'altra. Il risultato è particolarmente suggestivo, poiche conferisce ai decori un effetto ottico di profondità e di movimento, ulteriormente accentuato dall'impianto a medaglione centrale, attorno al
quale ruotano quattro medaglioni laterali.
L'estro decorativo è confermato sia da numerose palmette stilizzate sparse sullo sfondo, sia dalle bordure a cartigli, con rosette e piccoli medaglioncini.
L'insieme acquista cosi un tono di sobria eleganza, valorizzato da tinte davvero splendide: un caldo rosso ciliegia, un tenue verde acquamarina, sprazzi di blu notte, bianco avorio, azzurro e giallo.
L'impianto a griglia dei tappeti selgiuchidi influenzò anche la produzione di alcuni capolavori realizzati a Damasco, uno dei quali si può ammirare nella collezione del Museo del Bargello di Firenze. Su uno sfondo a scacchiera organizzato in rettangoli riproduce ottagoni con piccoli motivi geometrici e decori naturalistici stilizzati.
Allo stesso periodo appartengono alcuni rarissimi esemplari, detti paramamelucchi, dai colori vivaci, con impianto a medaglione centrale ottagonale attorniato da quattro medaglioni e bordura cufica. Tutti i motivi sono riccamente adornati da disegni naturalistici stilizzati, che nell'insieme riproducono un effetto decisamente sontuoso, ormai ben lontano dall'austera semplicità dei precedenti tappeti selgiuchidi.

tappeti turchi GLI OTTOMANI

A partire dal XIV secolo l'affermazione e l'espansione degli Ottomani costituì uno di quei fatti storici destinati a mutare nel giro di pochi decenni gran parte delle caratteristiche dei territori da loro conquistati e segnò anche un drastico cambiamento nei rapporti che fino ad allora il mondo occidentale aveva intrattenuto con l'Oriente.
Dopo aver conquistato tutta la penisola anatolica, nel corso del XV secolo gli Ottomani intrapresero una sempre più minacciosa penetrazione verso il cuore dell'Europa, riuscendo a sottomettere l'intera penisola balcanica fino al Danubio.
Se già a causa di questi eccezionali eventi il mondo cristiano non poteva che rimanere paurosamente sbigottito, nel 1453 si verificò il fatto che agli occhi dei contemporanei costituì un vero e proprio trauma, perché segnava la brusca fine di un'epoca durata per secoli e secoli. Sotto l'incalzare delle truppe musulmane guidate dal sultano Maometto II, infatti, cadeva Costantinopoli, la Roma d'Oriente, simbolo millenario della classicità. Ma 'impeto ottomano non si accontentò certo di questa clamorosa conquista. Agli inizi del Cinquecento, infatti, Selim I, nipote di Maometto II, occupò l'Armenia persiana, sconfiggendo poi anche l'ultimo sovrano mamelucco, che gli cedette l'Egitto, la Siria e la Palestina.
Il suo successore Solimano il Magnifico portò l'impero alla massima espansione, asservendo parte dell'Azerbaigian, l'Iraq, l'Ungheria, per poi avanzare fino alle porte di Vienna.
Al momento del suo apogeo, corrispondente al regno di Solimano (1520-1566), l'impero si estendeva su tre continenti, comprendendo culture molto diverse fra loro, che tuttavia furono di volta in volta valorizzate, conferendo anche all'arte delle caratteristiche e un gusto del tutto innovativi nell'ambito dell'Islam. La corte di Istanbul, emulando anche l'antica tradizione bizantina, promosse su ampia scala la produzione artistica di oggetti di lusso, fra cui eccelse quella dei tappeti. Da quel momento essi incominciarono ad arrivare sempre più numerosi in Europa, così come confermano numerose fonti storiche, una delle quali ci narra che nel 1468 attracco al molo di Livorno una galea fiorentina proveniente da Istanbul che aveva nelle stive una partita di ben mille tappeti.
Per ricostruire gli inizi della produzione ottomana è utile partire da due esemplari del XV secolo, che parzialmente risentono ancora delle influenze della precedente epoca selgiuchide: il tappeto Ming (Staatliche Museen di Berlino) e quello di Marby (Riksantikvarieambetet och Statens historiska museer di Stoccolma). Rappresentano due identici riquadri sovrapposti con all'interno due ottagoni; i decori si richiamano alla rigida linearità della tradizione selgiuchide, ma la loro iconografia presenta temi simbolici del tutto innovativi rispetto all'epoca precedente, derivati da influenze cinesi e sasanidi.
Nel tappeto Ming sono infatti riprodotti in ogni formella un drago e una fenice che si contrappongono, archetipi dell'eterno dualismo tra opposte entità: il maschile e il femminile, il cielo e la terra, il bene e il male. Quello di Marby, invece, rappresenta l'emblema persiano dei due uccelli posti accanto a un albero, a simboleggiare la natura che si rigenera.
Nella storia del tappeto anatolico questi due esemplari segnano il momento di transizione dalla produzione selgiuchide a quella ottomana, ma a partire dal Cinquecento furono realizzati dei capolavori che a tutti gli effetti costituiscono il vero e proprio apogeo della manifattura turca; la loro bellezza li rese degni di essere rappresentati anche in molti quadri di pittori del Rinascimento. Questa consuetudine ebbe una portata così vasta che oggi gli esemplari anatolici dell'epoca sono classificati con il nome degli artisti che li hanno riprodotti in celebri tele.
Il pittore fiammingo Hans Holbein il Giovane (1497-1543) ha dato il suo nome ad alcuni splendidi manufatti, che per le loro caratteristiche iconografiche si suddividono in "Holbein a piccolo disegno", con minuscoli ottagoni che spesso contengono una stella e arabeschi con linee quasi cuoriformi, e "Holbein a grande disegno", formati dalla sovrapposizione di due, tre o quattro quadrati, nel cui interno spicca un poligono ottagonale variamente decorato.
Anche Lorenzo Lotto (1480-1556) rappresentò con frequenza sulle sue tele i tappeti anatolici, dando il nome a una raffinata tipologia decorativa dagli eleganti disegni gialli ad arabeschi che si stagliano su campo rosso.
In quasi tutti questi esemplari il richiamo più ricorrente all'età selgiuchide è costituito dalla bordura cufica.

tappeti turchi I TAPPETI USHAK

I più importanti tappeti di corte del periodo ottomano furono realizzati dalle manifatture di Ushak, dove esperti annodatori e maestri appresero con abilità le tecniche del complesso nodo asimmetrico e gli impianti a medaglione centrale della Persia safavide. Gli antichi esemplari della zona si classificano secondo varie tipologie decorative: "Ushak a stelle", che sull'intero campo alternano a piccoli motivi cruciformi delle stelle a otto punte; "Ushak a medaglione", dall'ampio rosone centrale riprodotto nella sua quarta parte anche nei cantonali, decorato con motivi naturalistici di gusto persiano; "Ushak Bird", dai piccoli disegni che ricordano il profilo di uccelli dalle ali ripiegate; "Ushak Chintamani", con decori sobri e particolarissimi, poiché costituiti da linee sormontate da punti, forse per simboleggiare il manto maculato
degli animali.
Nelle antiche manifatture di Ushak furono annodati anche numerosi esemplari con impianto a preghiera, destinati a costituire la più diffusa tipologia decorativa dell'Anatolia. Nati per soddisfare il precetto islamico che impone ai fedeli la preghiera in prostrazione verso la Mecca, ben isolati dal suolo impuro, riproducono una profusione di simboli religiosi: il mehrab, la lampada e i caratteri cufici (sulla bordura).
tappeti turchi Si distinguono poi gli Ushak a doppia nicchia, in cui la rappresentazione di due mehrab speculari non solo conferisce all'insieme una maggiore ricchezza decorativa, ma rompe anche la rigorosa asimmetria dei tappeti a nicchia semplice.
Furono pure realizzati esemplari a preghiera multipla che riproducono un armonico susseguirsi di mehrab sorretti da eleganti colonnine binate, probabilmente utilizzati per la preghiera collettiva di un'intera famiglia.
Questo tipo di decorazioni a nicchia si ritrova anche nei tappeti transilvani, così denominati poiché furono rinvenuti per lo più in chiese di quella zona balcanica.
Annodati a Bergama, hanno un impianto a nicchia singola o doppia e colori molto vivaci. Al centro rappresentano un raffinato medaglione, abbellito da motivi naturalistici stilizzati. La ricchezza dell'insieme è ulteriormente impreziosita da un'ampia bordura con motivi a cartigli, variamente realizzati.

tappeti turchi LA PRODUZIONE RECENTE

Già a partire dalla fine del XVI secolo, l'impero turco entrò in una fase di lento ma inarrestabile declino, contrassegnato all'inizio da una serie di unghe guerre sulle frontiere danubiane e persiane, che favorirono sommosse interne e conflitti dinastici, destinati con il tempo a compromettere definitivamente la stabilità politica dei sovrani ottomani.
La debolezza interna, aggravata dal fatto che molti sultani si dimostrarono assolutamente incapaci di governare un territorio tanto vasto e contraddistinto da un crogiolo di etnie differenti, a partire dal Settecento diede fiato all'espansionismo e all'ingerenza nella politica locale di alcune potenze europee, prima fra tutte la Russia e successivamente la Francia, l'Inghilterra, l'Austria e la Prussia, che riuscirono a strappare al controllo di Istanbul molti territori, iniziando poi una devastante penetrazione economica nel Paese.
La crisi non tardò a far sentire i suoi nefasti effetti anche in ambito artistico, investendo con violenza anche la secolare e prestigiosa produzione dei tappeti. Il settore iniziò a essere esclusivamente controllato da compagnie commerciali occidentali, che lo dequalificarono sia attraverso l'incentivazione della produzione in serie, caratterizzata dall'uso di colori sintetici e di materie prime di scarso pregio, sia con la diffusione di caratteristiche iconografiche floreali, su imitazione di quelle persiane, completamente avulse dalla migliore tradizione anatolica ma tanto apprezzate dagli acquirenti europei, a cui era destinata la maggior parte dei manufatti ottocenteschi.
Si affermò in tal modo il brutto stile mejid, dal nome del sultano Abdu Mejid I (1839-1861) che lo incentivò. Comunemente noto con la definizione di "barocco turco", proponeva decori esuberanti con bouquetd\ fiori e carnose rose, dai colori troppo vivaci e dall'effetto d'insieme di dubbio gusto, tanto lontano dalla sobria ed equilibrata produzione degli splendidi capolavori del passato.
La deposizione dell'ultimo sovrano ottomano e la proclamazione della repubblica turca, nel 1922, non riuscirono a risollevare il territorio dal processo di imbarbarimento nell'ambito della produzione dei tappeti, per cui ai giorni nostri i manufatti anatolici sono in genere di mediocre qualità esecutiva e impostati su modelli decorativi d'imitazione persiana.
Solo in qualche villaggio la produzione locale ha mantenuto i buoni livelli artigianali del passato, anche se espressi con risultati originali più nella realizzazione di kilim che in quella di veri e propri tappeti.